«Meglio morire di fame che di inquinamento», dicono a Noto, la capitale del barocco siciliano. È l’ultimo atto della guerra scoppiata tra le associazioni ambientalistiche ed una società texana, la Panther, che da alcuni mesi sta trivellando la Sicilia orientale alla ricerca di “idrocarburi liquidi e gassosi”, come da regolare autorizzazione della giunta regionale di Totò Cuffaro.
Per scaramanzia, il progetto era stato siglato con una parola greca, “Eureka”, in onore del siracusano Archimede. Ma, per il momento, le scavatrici americane hanno fatto cilecca. «Nessuno dei due pozzi, che abbiamo trivellato nelle campagne del ragusano, produce un flusso di gas continuo. Ma noi continuiamo a credere nel potenziale produttivo del Val di Noto, nonostante i risultati non incoraggianti» promette dalla sua residenza di Houston, Jim Smitherman III, il giovane presidente della multinazionale americana. Dalle sue parole trapela una evidente delusione.
«Contiamo di poter perforare uno o due altri pozzi nel 2006. Ma non abbiamo ancora deciso dove sia meglio farlo. Qualsiasi decisione non solo comporta costosi studi geologici e d’ingegneria, ma è soggetto anche al rilascio di autorizzazioni da parte delle autorità regionali e dei Comuni interessati». Eppure, secondo insigni scienziati, nel sottosuolo della Sicilia (e nel mare antistante), esisterebbero ben 51 miliardi di metri cubi di gas da mettere a valore, a un costo di produzione che si aggirerebbe sui 10 dollari al barile equivalente di petrolio. Una fonte energetica alternativa e soprattutto meno costosa. La terra del nero d’Avola e dei pomodorini di Pachino potrebbe, in teoria, diventare la riserva energetica del Mezzogiorno, perché, in gran parte, quel gas naturale(meno costoso di quello algerino o libico) andrebbe a sostituire l’olio combustibile o il carbone nelle centrali elettriche. «La Sicilia potrebbe raggiungere un livello di autonomia energetica ed un’economia più robusta se le compagnie petrolifere fossero incoraggiate a lavorare e ad usare nuove tecnologie per lo sviluppo delle esplorazioni e della produzione» sostiene lo stesso Smitherman. Secondo l’analisi dei petrolieri americani, la Sicilia avrebbe tutto da guadagnarci: potrebbero arrivare investimenti, posti di lavoro, sviluppo.
Ma, naturalmente, non tutti la pensano così nel Val di Noto. Lo spauracchio è che il sud-est della Sicilia, veda deturpato il proprio territorio e demolita la notorietà internazionale dal business delle trivellazioni. Il gas infatti, si troverebbe nell’entroterra vicino ad alcuni antichi centri abitati, da Noto a Ragusa Ibla, da Modica a Caltagirone, da Palazzolo Acreide a Militello in Val di Catania, che l’Unesco ha inserito tra i siti da considerare “patrimonio dell’umanità”.
«E poi la storia del metano è un’assoluta presa in giro. È il cavallo di Troia per arrivare al petrolio, ben più remunerato e prezioso» gridano in coro i capi delle varie associazioni ambientaliste, sostenute in questa partita anche dai sindacati. «Gli americani vogliono entrare liberamente nei nostri terreni, trivellare, costruire serbatoi e condotte, come è accaduto tragicamente a Priolo o Gela». Stranamente, in questa crociata antiamericana, gli ecologisti hanno trovano un alleato trasversale nell’assessore regionale al turismo, Fabio Granata.
«È un fatto gravissimo. Una perdita di sovranità politica sul territorio da parte della Regione. La Sicilia non è in vendita agli americani», ha più volte tuonato l’esponente di Alleanza nazionale. Ma dalla giunta Cuffaro ci si può aspettare di tutto. Era stato l’ex assessore all’industria della Regione siciliana, Marina Noè, dell’Udc, ad avviare la contestata trattativa con la ditta americana. Il sigillo finale all’operazione era stato impresso nell’ottobre del 2004 da un assessore di Forza Italia, Antonio D’Aquino, uomo vicino a Gianfranco Miccicchè e Marcello dell’Utri. Poi, sull’onda delle manifestazioni di piazza, il presidente Totò Cuffaro aveva cercato di correre ai ripari. «Nei siti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco, la ricerca e le coltivazioni petrolifere sono vietate. In altre zone, si può continuare, se si tratta di ricerche di metano». Un modo “gattopardesco” per cercare di stemperare le polemiche. «Sanno fare solo propaganda», taglia corto Sergio D’Antoni, l’ex leader della Cisl, oggi esponente della Margherita siciliana. «È un gioco delle parti tra una pseudo ala ambientalista della giunta Cuffaro e l’ala affarista.
A parole solidarizzano con le associazioni ambientaliste, ma nei fatti non hanno sospeso alcuna concessione.
Anzi, hanno approvato una legge sul turismo, eliminando proprio l’emendamento che revocava le trivellazioni nei siti Unesco». Come andrà a finire questa “petrolgas-novella”, insomma, è difficile dirlo. Gli americani continuano a ribattere che non c’è alcun rischio per i beni culturali ed i siti dell’Unesco. «Il nostro investimento, circa 350 milioni di euro, riguarda solo la ricerca di gas metano. Il petrolio non ci interessa. Perforiamo solo in campagna, nei terreni adibiti a pascolo, in piena armonia con il paesaggio. E poi i comuni avranno dei benefici finanziari: il cinque per cento del ricavato delle royalties, circa 100 mila euro all’anno per ogni pozzo. Ed altri 100 mila euro all’anno saranno destinati ad iniziative culturali».
Questo spiegherebbe la solerzia con la quale il comune di Ragusa, sia stato il primo (e l’unico) a rilasciare la concessione edilizia in caso di nuovi pozzi. I soldi sono soldi, e fanno comodo a tutti, soprattutto in tempi di tagli agli enti locali. «Magari ci fosse davvero tanto gas nel territorio del Val di Noto», sospira sotto le spesse lenti, Raffaele Leone, ex sindaco di Noto della Margherita. «Sarebbe una ricchezza per tutti. E poi, la cattedrale di Noto non è crollata né per l’inquinamento, né per il terremoto. Ma per l’incuria ed i mancati interventi di restauro ».
di SALVO GUGLIELMINO
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