Claudia Fusani per l’Unità, intervista Fabio Granata
- Da tre anni la commissione Antimafia indaga sulla trattativa. A che punto siete?
“Abbiamo supportato con documenti e audizioni l’azione della magistratura. Fondamentale è stata la focalizzazione della revoca di oltre un centinaio di 41-bis nel febbraio del 1993 ad opera dell’allora Guardasigilli Giovanni Conso (oggi indagato a Palermo per false dichiarazioni al pm, ndr) e la contraddittoria gestione subito dopo l’omicidio di Borsellino del regime carcerario da parte del Dap diretto da Niccolo Amato. Fu Martelli, all’epoca Guardasigilli, a decidere il trasferimento dei capimafia nelle supercarceri di Pianosa ed Asinara. Lo fece senza alcun supporto delle strutture del Dap. Non si fidò. Giustamente.
Il 41-bis, il primo punto dello scambio tra Stato e Cosa Nostra. Dopo le stragi, quindi, lo Stato risponde. Quante e quali trattative stanno emergendo?
Almeno due. O due fasi della stessa. Una precede la strage di Capaci (23 maggio 1992, ndr); l’altra attraverso la strage di via D’Amelio determina l’apertura di nuove dinamiche nelle quali sembra ormai evidente il ruolo giocato dai servizi segreti e da alcuni apparati dello Stato che avevano interesse, o timore, a determinare la trattativa stessa e a trovare un nuovo punto di equilibrio.
Tre procure, Firenze, Palermo e Caltanissetta, indagano sulla trattativa. Li avete sentiti…Ci sono delle differenze che Mancino lamenta con D’Ambrosio?
Tra le procure esiste ampia sintonia di metodo e di sostanza. Lavorano su pezzi diversi della stessa storia, ogni ufficio per la propria competenza. Firenze si occupa della seconda fase, quella delle bombe in continente dopo l’arresto di Riina (gennaio 1993, ndr). Caltanissetta si occupa della strage di via D’Amelio. Palermo della prima trattativa visto che colloca, su elementi logici e concreti, i primi contatti tra Mannino nei primi mesi del 1992, tra Lima (marzo) e Falcone (maggio).
Il generale dei carabinieri Mario Mori ha sempre detto però che i primi contatti con Ciancimino e quindi Provenzano cominciano dopo via D’Amelio.
Qui inizia il cuore della questione. Per ani si è parlato di pezzi deviati dello Stato che avrebbero determinato depistaggi e rallentato la verità. Il quadro che emerge dalla ricostruzione processuale del tradimento e della morte di Paolo Borsellino racconta invece del pieno coinvolgimento dello Stato con responsabilità dirette dei servizi segreti ma anche di politici al governo.
Per anni le indagini su quella strage sono andate avanti, fino a sentenza definitiva, su clamorosi depistaggi. Come è stato possibile?
Credere a Scarantino è stato un autentico depistaggio. Chi ha indagato voleva assicurare verità rassicuranti ma lontane dalla verità. Non è un caso che su Spatuzza (nel 2008 si pente e sbugiarda Scarantino, ndr) si siano consumati gli scontri più feroci nel Pdl.
L’allora appena nominato ministro dell’Interno Mancino e Borsellino s’incontrano al Viminale il primo luglio 1992. Mancino nega. Che idea s’è fatto?
Quell’incontro c’è stato e lì Brsellino ebbe la consapevolezza della trattativa in corso e del suo isolamento. La presenza di Contrada (Sisde) durante la visita ne fu la conferma. Da qui lo sfogo con la moglie Agnese, la frase “ho visto la mafia in faccia”, la consapevolezza di non avere più tempo.
Chi ha ucciso Borsellino?
Temo che per una volta, Riina abbia detto la verità, quando disse “per Borsellino guardate dentro lo Stato”.
Social Network