Articoli marcati con tag ‘questione morale’

Granata: «Forse non sono esportabili le soluzioni politiche per le Regionali» Il ruolo di Fli. «Mi sono anche candidato per dimostrare che in Sicilia c’è»

mercoledì, 4 luglio 2012

 

Lillo Miceli intervista Fabio Granata per il quotidiano La Sicilia-martedì 3 luglio 2012

 

Palermo. «Grazie all’esito positivo della missione del premier Monti a Bruxelles, non ci saranno elezioni politiche anticipate. In Sicilia, invece, si voterà ad ottobre. E non è detto che le soluzioni politiche che ci porteranno alla consultazione regionale, si possano attuare a livello nazionale». Fabio Granata, vicepresidente nazionale di Fli, candidato alla presidenza della Regione, dal coordinatore del suo partito, Briguglio, è pronto a cimentarsi nella battaglia elettorale: «La mia candidatura non c’è solo per dimostrare che noi di Fli esistiamo, abbiamo ottenuto in media il 7,4% nelle città maggiori in cui si è votato nelle scorse amministrative, ma c’è anche per chiedere il consenso dei siciliani, a partire dalla legalità. Negli ultimi quindici anni la Regione Siciliana ha dovuto fare i conti con problemi legati proprio alla legalità. Per questo motivo, per la formazione delle nostre liste sarà applicato il codice etico. Non potrà essere candidato chi è rinviato a giudizio per reati mafiosi, truffa, concussione e reati contro la pubblica amministrazione. Sarebbe una risposta straordinaria».
Ma per amministrare occorrono anche i programmi. Al primo punto del programma di Granata c’è la salvaguardia del paesaggio: «Bisogna bloccare il consumo del territorio attraverso una moratoria generale di tutte le concessioni edilizie, facendo partire, anche con l’utilizzazione delle risorse europee, una grande operazione per la riutilizzazione delle volumetrie esistenti, nonché la bonifica delle aree urbane degradate e la ricostruzione con il ricorso a tecniche di bio-edilizia finalizzate al risparmio energetico e alla prevenzione sismica. Insomma, recuperare è meglio che lottizzare e cementificare. Peraltro, cemento e movimento terra fanno gola alla mafia».
Ma è sul piano dei trasporti, dei collegamenti intercity, che Granata intende subito affrontare, rispolverando il vecchio progetto che aveva già dato buoni risultati ai tempi in cui ricopriva l’incarico di assessore al Turismo, Trasporti, Sport e Spettacoli. Con il taglio di alcuni rami secchi e con l’utilizzo dei «Minuetto», eravamo riusciti ad avere cinque corse al giorno sulla Siracusa-Catania, in 50 minuti; Catania-Taormina, in 20 minuti anche di notte; Palermo-Cefalù, 40 minuti; Palermo-Trapani, 60 minuti; Palermo-Agrigento 1 ora e 45 minuti. La Regione aveva acquistato quarantotto «Minuetto», ma in giro non se ne vedono. Le Ferrovie dello Stato dovranno dirci cosa ne stanno facendo». Un programma che si occupa dei prodotti dell’agro-alimentare, dei prodotti a chilometro zero, dell’innovazione tecnologica in agricoltura, «senza trascurare il viaggio culturale».
Ma bisogna fare i conti con la situazione politica. E la chiusura di Fini a Pdl e Lega, con l’ipotesi anche di un accordo con Udc e Pd per la formazione di un’area patriottica, riformistra, nazionale ed europea, non è detto che agevoli le alleanze in Sicilia. «Per la prima volta la Sicilia non sarà laboratorio politico, perché con l’anomalia Lombardo sarà difficile ricostruire i rapporti con Udc e Pd che hanno deciso di sfiduciarlo, dopo essere stati alleati. Anche per questo abbiamo dato vita al Nuovo polo Sicilia». Un polo che, però, ha già due candidati alla presidenza della Regione, l’altro è l’assessore alla Salute, Russo, ma che l’ex-sindaco di Gela, Crocetta, è visto con simpatia dal Nuovo polo, ma non dal suo partito, il Pd. «Lombardo e l’Mpa – osserva Granata – non potevano non dare l’indicazione di Russo. Anche noi guardiamo con simpatia a Crocetta, ma non prendiamo lezioni da nessuno sul piano etico e politico. Siamo aperti al confronto. Il Nuovo polo può andare alle elezioni da solo, oppure alleato anche a quel pezzo del Pd che ha sempre sostenuto Lombardo. Io sono pronto. Il mio limite è sempre stato che mi stimava chi non mi votava. Ma ora che sono saltati gli schemi… ».

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Tutto iniziò in via D’Amelio

martedì, 10 agosto 2010

“L’eroe è Paolo Borsellino. Mangano è un cittadino condannato per mafia, certamente non è un eroe”.

Queste parole di Gianfranco Fini, pronunciate in via D’Amelio davanti al popolo delle ‘agende rosse’ hanno rappresentato l’inizio dello scontro politico più aspro degli ultimi anni.

E’ oramai evidente che lotta alle mafie, legalità, questione morale rappresentano argomenti off limits nel Pdl, se utilizzati fuori dalla propaganda autoreferenziale del Governo.

Lo diventano ancor più se posti a fondamento di una grande esigenza di verità e giustizia sulle mafie e sul rapporto mafia/politica/economia.

In questa logica aver stigmatizzato la mancata concessione della massima protezione a Spatuzza per una discutibile e contrastata decisione della Commissione presieduta da Alfredo Mantovano suonò come provocazione inaccettabile, nonostante quattro Procure attestassero l’attendibilità piena del pentito considerato fondamentale per arrivare a ricostruire l’attentato di via D’Amelio dopo la colossale opera di depistaggio portata avanti attraverso la finta ricostruzione di Scarantino. A verbale di quella decisione certamente è riscontrabile la contrarietà dei magistrati e Mantovano, successivamente raggiunto dalla sentita solidarietà di tutte le colombe in servizio permanente effettivo, porta con sé la responsabilità e il peso di quella decisione.

Oggi che, di fronte ad una ciclopica questione morale che investe la classe politica e di governo, tutte le attenzioni sono concentrate sulla vendita di un appartamento da un partito a privati, noi non perdiamo d’occhio gli obiettivi e le questioni vere.

Noi che eravamo a via D’Amelio accanto a Fini e che lì siamo idealmente rimasti a contrastare affari, complotti e una visione della politica legata al servilismo e agli affari, quando non condizionata dal potere mafioso.

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Noi, professionisti dell’Antimafia

sabato, 24 luglio 2010

In questi caldi giorni d’estate, caratterizzati da aspre polemiche sulla questione morale e sulle tragiche vicende del ’92 è risuonata spesso l’accusa di professionismo dell’antimafia, lanciata sia nei confronti di alcuni magistrati che nelle polemiche interne agli schieramenti politici.

Anche nel Pdl si è fatto spesso ricorso a queste espressione per sottolineare negativamente la predisposizione di alcuni di noi a rimuovere la cultura delle garanzie e le presunzioni di innocenza costituzionalmente garantite, attraverso la sottolineatura  delle responsabilità di pezzi delle istituzioni e della politica nella vergognosa e ciclopica opera di depistaggio e di occultamento della verità sulle stragi di mafia nella cornice delle trattative tra apparati dello stato e cosa nostra.

Professionisti dell’Antimafia: sono certo che chi utilizza questa espressione non ha né la conoscenza né la memoria storica per ricordarne le origini.

Cita Sciascia come  creatore della metafora, ma dimentica di sottolineare o, in alcuni casi  ignora, che Sciascia utilizzò questa espressione nei confronti di Paolo Borsellino poiché il grande scrittore siciliano in una prima fase non aveva compreso la portata rivoluzionaria delle metodologie d’indagine e processuali che lui e Giovanni Falcone avevano introdotto nell’azione di contrasto a cosa nostra. Sciascia si pentì amaramente di questa polemica.

Oggi, nel dilagare di una questione morale che coinvolge pezzi della politica e delle istituzioni e che costringe il Presidente Napolitano ad un rigorosissimo richiamo ai partiti ed ai corpi istituzionali per fare pulizia al proprio interno, e mentre l’azione irriducibile dei magistrati di Palermo, Caltanissetta e Firenze ricostruisce le dinamiche criminali che portarono alle stagione delle stragi e che furono attraversate da inconfessabili trattative tra la mafia e pezzi dello Stato, ecco che il nemico principale  siamo diventati noi: i “nuovi professionisti dell’Antimafia”.

Le vicende giudiziarie che riguardano Cosentino, la condanna di Dell’Utri, l’esaltazione di Mangano come eroe nazionale, l’inquietante vicenda della cosiddetta P3 che vede unite figure torbide provenienti dal passato quali Flavio Carboni, allo stesso tavolo con magistrati infedeli, faccendieri, pezzi della politica hanno lasciato perfettamente indifferenti alcuni dirigenti del Pdl che invece dimostrano tutta la loro diuturna preoccupazione, in alcuni casi vera e propria indignazione, verso coloro i quali si appellano alla legalità repubblicana e sostengono l’azione dei magistrati per ottenere verità e giustizia sulle stragi del ’92.

E’ la stessa logica secondo la quale a Casal di Principe il problema non sono i Casalesi, ma Saviano, in Italia non sono le mafie che fatturano 120 miliardi di euro l’anno, ma le opere letterario-cinematografiche che ne parlano.

Allo stesso modo nel Pdl a minare la credibilità del partito agli occhi dell’opinione pubblica e della gente comune, alla prese con una grave crisi economica e sociale non sono le cricche, le consorterie, le logge che parlano di affari, denaro, potere e dossier: il vero problema siamo noi, i professionisti dell’antimafia.

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Pdl: tra bella politica e romanzo criminale.

sabato, 10 luglio 2010

Gli arresti di Flavio Carboni e compagnia bella sembrano confermare con un ulteriore gravissimo tassello l’esistenza di una ciclopica questione morale che attraversa la politica italiana e il partito nel quale abbiamo fatto confluire la storia antica, nobile e trasparente della destra italiana.

Logge coperte, intrighi, collegamenti mafiosi, personaggi che ritornano dalle pagine buie della Repubblica, ci hanno catapultato in uno scenario, un po’ vintage, da Romanzo Criminale.

Ultimamente è molto di moda tra dirigenti e ministri del Pdl esternare indignazione e sorpresa verso l’azione politica di Gianfranco Fini, il puntiglio legalitario di Giulia Bongiorno, il presenzialismo di Italo Bocchino o il mio deviazionismo giustizialista.

Il ministro Bondi è arrivato a sottolineare disappunto e profonda amarezza per “aver lavorato tanto al progetto Pdl per poi ritrovarsi nello stesso partito di Fabio Granata”.

A Bondi, come a Stefania Prestigiacomo a Fabrizio Cicchitto come a Frattini (per non parlare dei vecchi amici – si fa per dire – di AN) non ho mai sentito profferire verbo o manifestare imbarazzo alcuno verso chi sembra essere diventato protagonista stabile (almeno fin quando le intercettazioni ci consentiranno di apprenderlo..) in opache dinamiche molto di confine tra politica, affari e criminalità organizzata.

Il grande business dell’eolico selvaggio che devasta il paesaggio delle nostre isole e del sud, il riciclaggio di denaro di dubbia provenienza, il condizionamento a fini economici delle scelte politiche, il filo rosso di rapporti e ambienti confinanti con le mafie, gli attestati di eroismo a mafiosi conclamati, la presenza di pregiudicati nelle liste o nei consigli regionali e tante altre poco lusinghiere vicende, tutto senza che nei vertici del Pdl ci sia mai stata una parola di condanna o di allarme o uno sforzo per imporre regole e comportamenti all’altezza di un progetto politico che dovrebbe governare l’Italia e rilanciare la sua nobile Storia.

Io credo siano questi i problemi veri del Pdl e non la trasparente e leale azione politica del suo cofondatore. Queste le gravissime questioni sulle quali ci piacerebbe vedere all’opera il decisionismo di Silvio Berlusconi.

Tra mille critiche e scomuniche siamo stati i soli a chiedere un passo indietro a Cosentino e le dimissioni a Scaiola e Brancher, salvo poi vederci dar ragione dallo stesso Premier. I soli ad opporci all’approvazione di un testo sulle intercettazioni che avrebbe fatto a pezzi strumenti indispensabili di indagine e di contrasto a mafie e corruzione, i soli a stigmatizzare i continui tentativi di nuovi condoni edilizi, grandi regali alle mafie delle speculazioni e del cemento, i soli a riaffermare l’esigenza di verità e giustizia sulle stragi del 92.

Se il risultato è quello sotto i nostri occhi, siamo noi a doverci interrogare sulla convenienza e coerenza, dopo una vita di lotte e di impegno, di condividere una militanza politica con chi ci vede come fumo negli occhi e come nemici solo perché blocchiamo sistematicamente i disegni oscuri di pochi nell’indifferenza di molti.

Gianfranco Fini e la nostra comunità valutino con attenzione il ‘che fare’: ne va di mezzo la difesa di una identità politica antica e nobile.

E sopratutto un enorme patrimonio di sogni, lotte e speranze che non permetteremo siano infangate o neutralizzate da piccoli uomini al servizio di interessi oscuri.

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Questione morale: coerenza e rigore

venerdì, 14 maggio 2010

Il quadro che si sta delineando sui rapporti tra pezzi della politica e dell’impresa affaristica fa emergere l’esistenza di una grave questione morale che non può essere affrontata con la autoreferenziale e scontata tesi del complotto dei giudici e delle liste di proscrizione.

La maggioranza inasprisca e approvi il ddl anticorruzione e ascolti il grido d’allarme dei magistrati sulle intercettazioni, ampliando questo fondamentale strumento di indagine a tutta una serie di reati quasi sempre ‘spia’ di reati molto più gravi. In una parola il Pdl dimostri senso dello Stato e sensibilità politica affrontando con rigore e lucidità i temi vitali del contrasto alla corruzione, alle mafie, al malaffare.

In Italia le Mafie fatturano 130 miliardi annui e si infiltrano sull’intero territorio nazionale riciclando enormi somme e uccidendo il mercato e l’impresa pulita. Oltre gli arresti, le confische e i sequestri vanno affrontati questi nodi con decisione e coerenza attraverso una selezione rigorosa del personale politico e della classe dirigente.

Fini ha posto da tempo questi temi: sia ascoltato dal Premier.

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L’ipocrisia infinita

lunedì, 30 novembre 2009

Segnaliamo l’editoriale de La Stampa di domenica 29 novembre, a firma Barbara Spinelli.

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